Da quando il Concilio Vaticano II si è concluso e fino ad oggi, nello spazio, dunque, di poco più di cinquant’anni, la Chiesa cattolica ha mutato la propria fisionomia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La fede si è affievolita, le chiese si sono svuotate, sono stati chiusi monasteri e seminari, l’assalto ripetuto alla fortezza della fede è divenuto un arrembaggio senza precedenti, e il comando è ormai in mano ai demolitori stessi. Il tanto auspicato dialogo con il mondo, non ha prodotto l’esito atteso. Perché la Chiesa continua ad essere perseguitata e subisce dappertutto l’affronto di una cultura laicista aggressiva e dai toni fondamentalisti.
Paolo VI, del tutto smarrito (lui per primo) da quanto accaduto nell’immediatezza della stagione postconciliare, aveva cambiato del tutto i toni. Da un entusiasmo incontrollato è passato ad un laconico lamento di quanto accadeva. La primavera era divenuta inverno profondo e l’aggiornamento si era tradotto addirittura in fumo di satana. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno lanciato il salvagente, per tentare di salvare nientemeno l’intera assise conciliare. Entrambi i pontefici, che talora sembrano assomigliare ai due giusti di cui parla l’Apocalisse, mentre hanno confermato che l’indirizzo era quello della corretta applicazione del Concilio, hanno anche arginato (o provato a farlo) l’operazione di dogmatizzazione del Concilio stesso, come se la Chiesa fosse nata nel 1965 e i modelli precedenti, soprattutto quello tridentino, fossero ormai roba da archiviare. Il tema è stato quello dell’ermeneutica della continuità rispetto a quella della rottura. Ma il progressismo teologico, capeggiato da Karl Rahner, era ormai al comando, e così ovunque lo “spirito del Concilio” è finito con l’imporsi su tutto.
In particolare, le questioni trattate al Concilio, e che hanno aperto nuovi orizzonti ancora inesplorati, erano grosso modo sintetizzate nei seguenti aspetti: l’ecumenismo, il dialogo interreligioso, la collegialità, la riforma liturgica.
La volontà di Giovanni XXIII, come poi di Paolo VI, e di tutti i padri conciliari, è stata comunque rispettata. Il Concilio non doveva essere dogmatico, proprio come l’agenda rahneriana prevedeva. Così il dogma, in fondo, è divenuto lo stesso Concilio, il suo spirito, il suo Geist, come dicono i tedeschi. Benedetto XVI, ancora Cardinale, ironicamente parlava del Concilio come superdogma per i progressisti. Nel frattempo, senza dubbio, nel panorama della produzione italiana, il contributo più serio era offerto dal professor Romano Amerio, con il suo ormai celebre Iota unum, uno studio critico e profetico dei falsi progressi conciliari, fra cui soprattutto il dialogo interreligioso. In ambito, invece, internazionale, sempre più chiaramente si posizionava la voce autorevole e profetica di Hans Urs von Balthasar che, non per nulla, nei recenti Appunti resi noti lo scorso 11 aprile, Benedetto XVI definisce “il grande teologo”. Ed è così. Von Balthasar, nonostante l’infondata critica che gli muove la galassia tradizionalista (sempre più, purtroppo, ideologizzata quanto il mondo progressista), e nonostante lo sforzo da me messo in campo (già come tesi dottorale alla Gregoriana) per dimostrare che egli non era eretico, viene ora considerato dall’anziano pontefice, senza dubbio, come il vero antagonista “cattolico” di Karl Rahner, la cui sulfurea teologia (come dimostra lodevolmente il professor Fontana), è imbevuta di antidogmatismo, di relativismo etico e dottrinale, di mondialismo e di sincretismo delle fedi.
Sostanzialmente, von Balthasar, nonostante l’antica amicizia con Henry de Lubac, che al Concilio sarà uno dei protagonisti indiscussi, e pur essendo uno degli artefici del sano rinnovamento teologico, che non poteva più soltanto appellarsi al modello scolastico e tomista, verrà clamorosamente escluso dai lavori stessi del Concilio. Assenza pesante, di quegli che lo stesso de Lubac aveva definito “l’uomo più colto del secolo”. Von Balthasar pagava la perdita del gettone di presenza al Concilio per la sua profetica presa di distanza, poi divenuta vera polemica, dalle tesi di Karl Rahner che, pur minacciato di scomunica, riuscì a farla franca – come dimostra nel suo studio sul Concilio l’ottimo padre Serafino Lanzetta – perché protetto da un paio di influenti Cardinali presso il Pontefice Giovanni XXIII.
Rahner non solo non venne scomunicato, soprattutto a causa della nebulosa questione del metodo trascendentale e del cristianesimo anonimo, ma finì col diventare inspiegabilmente il vero regista del Concilio. E così proprio uno di quelli che con fatica e sacrificio aveva lavorato già dagli anni Quaranta per preparare il rinnovamento (quello sano, però) della teologia, venne messo all’angolo ed emarginato.
Von Balthasar, nel ventennio successivo al Concilio, si mostrerà sempre più critico nei confronti del cosiddetto spirito conciliare. Vedeva un progetto di riforma proposto dal Concilio che, per la prima volta, non coinvolgeva il tema della santità ma quello della chiacchiera. Contestava la “smania del mondo” che aveva contagiato i padri, ovunque osservava con sguardo critico l’attentato liturgico al patrimonio bimillenario del culto cattolico. Vedeva la Chiesa divenire una smarrita società mondana piuttosto che essere ancora la Sposa di Cristo. Soprattutto egli contestava che il Concilio avesse trattato di ogni possibile questione, trascurando quello che egli chiamava “il punto alfa”, cioè Gesù Cristo. Il teologo elvetico constatava con dolore che i padri conciliari, e poi soprattutto la teologia postconciliare, decidevano di avanzare nelle riforme e nei cambiamenti, senza anzitutto ribadire, come era avvenuto invece nei Concili precedenti, i temi centrali della fede e, tra questi, quello decisivo di Gesù Cristo come Salvatore. Ma, appunto, era la regia occulta di Rahner che impediva tale programmazione. Come, altrimenti, avrebbero potuto avanzare le tesi relativiste circa la legittimità salvifica delle altre religioni? E come, ancora, si sarebbe potuto salvaguardare il principio secondo cui la Chiesa del Concilio doveva uscire incontro al mondo non più nelle vesti del dogmatismo e del moralismo, ma del dialogo e del confronto?
Karl Rahner parlerà più frequentemente, dopo aver visto la vittoria del proprio partito, di un nuovo inizio di Chiesa. Secondo i suoi proclami, il mondo non avrebbe più chiesto alla Chiesa, uscita dal Concilio, una dottrina ma una vicinanza nella fraternità, nel dialogo, nel progetto universale di pace (sono proprio parole sue!). E’ stupefacente constatare come questo disegno, per nulla corrispondente al progetto originario di Cristo, si sia pienamente attuato, ed è precisamente qui che io intravedo, come da spiragli profondi, l’attuazione del terzo Segreto di Fatima. L’apostasia della fede trova nell’entusiasmo conciliare e nella regia rahneriana i sui prodromi.
Von Balthasar, invece, interagendo a distanza, e pur privo di quei potenti mezzi di diffusione che, invece, la chiesa rahneriana, sempre più inspiegabilmente sostenuta dal papa, possedeva, provò in tutti i modi ad alzare un bastione, nel tentativo arduo di impedire la dissoluzione pressoché totale della dottrina tradizionale. Operò instancabilmente, a tal riguardo, per portare a termine il progetto di una Trilogia teologica, per riproporre l’impianto cristologico classico. Mentre ormai il relativismo dogmatico aveva demolito la pretesa di Gesù di essere l’unico Salvatore del mondo, operando la consacrazione del modello cristologico dal basso e del neoarianesimo, von Balthasar recuperava il modello giovanneo e paolino, quello della cristologia dall’alto, dove viene garantita la soggettività divina del Verbo di Dio. E dove Gesù Cristo non è soltanto un grande profeta e un grande uomo che narra Dio, ma la Gestalt stessa di Dio, la forma di Dio nel mondo, forma salvifica.
Il Concilio non aveva reso le cose più facili, ma più difficili, dirà più volte von Balthasar.
Ratzinger, da giovane amico dei maestri del progressismo teologico, regalerà sempre più la propria stima indissolubile a von Balthasar. I due collaboreranno per anni, e sarà lo stesso Ratzinger ad avere l’umiltà di riconoscere che era una sua intima esigenza l’accostamento all’amico solitario.
Giovanni Paolo II lo vorrà creare Cardinale, forse su invito stesso di Ratzinger, che invece presiederà i funerali dell’amico, morto il 26 giugno 1988, due giorni prima di ricevere la porpora cardinalizia.
Oggi Benedetto XVI lo definisce “il grande teologo”.
Se si vuole operare una Correzione del Concilio – possibile perché non è stato dogmatico, e auspicabile, anzi, perché fallimentare – se, dunque, occorre procedere ad una Correzione, il modello c’è già e delicatamente, com’è nel suo stile, Benedetto XVI lo ha già offerto. Il modello per una sempre più probabile rivisitazione del Concilio è proprio quella teologia, ad un tempo estetica e contemplativa, con cui von Balthasar, protagonista solitario del Novecento, ha contribuito per impedire la dissoluzione totale del messaggio cristiano, aggredito dalle farneticanti vedute rahneriane.
Forse appare ancora eccessiva, ma la getto qui come la penso. Se il modello postconciliare, del tutto fallito, va in fumo, come progetto del relativismo dogmatico di Karl Rahner, una ricostruzione potrà muoversi sul modello estetico di von Balthasar.

Don Minutella