INFINE, ANCORA IL “PUNTO ALFA”

(dall’ultimo capitolo del libro in uscita: “Hans Urs von Balthasar. Profeta, mistico, teologo”).

Bisognerà superare il paradosso della Chiesa postconciliare che, rinunciando alla professione di fede in Cristo, ha guardato a sé stessa, definendosi in modo teologico. Von Balthasar osserva che neppure in Tommaso d’Aquino si trova un trattato sulla Chiesa, dal momento che essa vive come luce riflessa dello Sposo Cristo. Ma l’ideale di una Chiesa aperta al dialogo con il mondo, quando si decide di trascurare l’evento Cristo come evento fondativo e assoluto, risulta “una romantica avventura di sogno”. La Chiesa non aveva necessità di insistere su questa Weltelei (smania del mondo) per poter uscire dall’idea di essere “uno stantio fossile”. Era piuttosto urgente ribadire il punto alfa, perché si salvasse la situazione generale. La trascuratezza del mistero di Cristo, se non persino la sua frammentazione, ha finito con il condurre la Chiesa al caos teologico e pastorale del postconcilio.
Se si fosse deciso al Concilio di ripartire da Cristo, ribadendo la professione di fede, i rischi sarebbero stati minori, anzi proprio il punto alfa avrebbe potuto garantire una rinnovata forza nell’annuncio della fede, come per i primi cristiani, visto che il Concilio in modo inadeguato è stato da molti considerato una nuova pentecoste, un nuovo inizio. L’entusiasmo per le origini ha incontrato l’euforia di Rahner per un nuovo concetto di Chiesa, mondialista, ecumenica, non dogmatica e finalmente alleata del mondo. Ora, vengono di nuovo inviati i cristiani, non più però per l’annuncio, ma per il dialogo. Von Balthasar si domanda: “con quale forza di convinzione l’ultimo concilio invia di nuovo i cristiani in mezzo al mondo? Hanno essi forse il potere di trasformazione dei primi cristiani? Anzi questa forza non dovrebbe essere più potente e più concentrata, dal momento che questo mondo è molto più complesso, pluralistico e contradditorio di qualsiasi civiltà antica?”. E, dunque, hanno i credenti del post Concilio questo potere di trasformazione? Per Balthasar la risposta è no, perché è mancato il punto alfa, è mancato di ripartire da Cristo. Il compito è da lui definito, a questo punto, sovrumano, un compito da superuomini: “dai cristiani inviati oggi nel mondo si richiede qualcosa di sovrumano: da una comunità statica e chiusa in sé stessa, essi devono diventare una chiesa dinamica e apostolica, dotata nello stesso tempo della forza dell’unità e della molteplicità, capace di adeguarsi alla varietà mondana…E’ un programma da superuomini”.
Ma il Concilio non aveva bisogno di superuomini, aveva necessità dei santi, di coloro che restano con il cuore e gli occhi fissi su Gesù Cristo.
Allora tutto, ancora una volta, “dipende dal cogliere veramente il punto alfa”. Gesù Cristo, Crocifisso e Risorto, Figlio eterno del Padre, è questo punto alfa, sempre luminoso, mai scalfito dal tempo che scorre via; “in esso è concentrata tutta la forza di fusione che si deve poi distribuire nel pluralismo del mondo”.
Per questo recupero, quello cioè di Gesù Cristo, come centro luminoso e irradiante, von Balthasar si è speso, ed è piuttosto singolare che, in definitiva, sia rimasto vox clamantis in deserto, perché, nel frattempo, la teologia si interessava del dialogo con il mondo, e giungeva, persino ai primi accenni neoariani, che relativizzano il mistero di Cristo.
Così, in modo molto esplicito, von Balthasar precisa: “la confusione del periodo postconciliare è in gran parte dovuta al fatto che il Vaticano II credette di potere lasciare da parte i problemi primari – i dogmi della Trinità, della cristologia e dell’ecclesiologia a essa intimamente legata – e di affrontare invece subito le questioni pastorali derivate. Un simile procedimento può essere possibile in molte sfere profane, ma non nel cristianesimo”.
Purtroppo, la voce solitaria di von Balthasar non è stata ascoltata, come sempre succede con i profeti. Non solo si è fatto finta di non vedere la crisi profonda dopo il Concilio nella Chiesa, ma si è nel frattempo insistito per radicalizzare la visione di Rahner, di una Chiesa a tutti i costi senza dogmi e senza regole, del tutto immersa nel mondo. Von Balthasar aveva spiegato di prendere di mira Karl Rahner, a causa del rilievo mondiale delle sue tesi. Le Conferenze Episcopali di tutto il mondo, nel frattempo, inspiegabilmente, hanno continuato nella folle corsa di autodemolizione della Chiesa.
L’edificio mostrava già le prime crepe, ma anziché intervenire per sanarle, si è lasciato che diventassero lesioni distruttive.
La trascuratezza del punto alfa, di Cristo come centro e forma di tutto, e poi infine il suo abbattimento (mediante il neoarianesimo, che è oggi una delle tre piaghe della direzione postconciliare, approdata ormai al mostro dell’antichiesa), sono all’origine della confusione e, ormai, dello scisma nella Chiesa: “il fiume non è separabile dalla sorgente; ogni Beta non può che essere chiarito che alla luce dell’Alfa. Questo pone sé stesso prima di ogni cosa, ma noi non possiamo lasciarcelo indietro come una cosa già scontata. Se così facessimo saremmo subito puniti con una babelica confusione delle lingue, non saremmo più capaci di dire cose generalmente conosciute, l’opera comune, iniziata in un clima di dialogo, resterebbe paralizzata e ciascuno andrebbe da solo per la sua strada”.
La Chiesa del post Concilio ha voluto fare di Gesù “un apostolo dell’amore del prossimo, colui che interviene a favore dei poveri e degli oppressi, che si dichiara solidale con i peccatori”. Ma, in questo modo, veniva perduta la questione circa la sua pretesa e la sua identità. Egli finiva con l’essere soltanto un grande uomo, un profeta, amico dei poveri, ma niente di più. La sua natura divina viene infine trascurata, approdando così al neoarianesimo, che in molti noti teologi, tra cui lo stesso Rahner e poi Kasper, è divenuta una specie di moda teologica.
Von Balthasar, sempre più preoccupato per l’indirizzo generale della Chiesa dopo il Concilio, e poi sempre più provato nell’animo, scriveva queste cose nel 1971, in un libretto, composto insieme all’amico Joseph Ratzinger, dal titolo “Perché sono ancora cristiano, perché sono ancora nella Chiesa”. E’ impressionante lo sguardo profetico con cui egli, più di quarant’anni fa, intravedeva la costituzione, lenta e inesorabile, di un neocattolicesimo e di una neochiesa, senza più il punto alfa, una Chiesa senza più Cristo.
Che cosa possiamo dire di più? Abbracciare in uno sguardo d’insieme le suggestioni profetiche di von Balthasar non è semplice.
Ma non dovrebbe tardare il tempo in cui, prendendo con coraggio in mano la questione di una correzione finalmente definitiva dei danni del Concilio e dei drammi della stagione postconciliare, possa sorgere la figura di un pastore, che sia anche esperto teologo, in grado di ricondurre la Chiesa dalla Babele attuale al Cenacolo della Pentecoste. Bisognerà pensarlo forte, coraggioso, intrepido. Curatore di una correzione chiara e finale degli errori dottrinali e pastorali. Con una condanna aperta di Karl Rahner, e di tutti i teologi neomodernisti, neoluterani, neoariani. Che torni a fare di Roma il centro della fede cristiana. Che operi per la destituzione dei tanti pastori eretici e compromessi, e realizzi finalmente un episcopato secondo il cuore di Dio. Che, magari, indica un nuovo Concilio, non per condurre la Chiesa a diventare una succursale del nuovo ordine mondiale, ma la roccia da cui Cristo regna sui popoli della terra.
Non sarebbe la prima volta. E’ già accaduto, e non è quindi un vago desiderio inattuabile. Nel IV secolo, sant’Atanasio, patriarca di Alessandria, è riuscito a condurre la Chiesa fuori dal pantano creato da Ario. A cavallo tra VI e VII secolo, papa Gregorio Magno ha condotto la Chiesa di Roma non solo a uscir fuori da una crisi senza precedenti, ma a riprendere spinta e vigore. Ancora oggi gli siamo tutti debitori. La Chiesa cattolica è ancora, per molti tratti, gregoriana. Nel XVI secolo, ancora un papa, Pio V, così come nel XX secolo, Pio X, hanno traghettato la Chiesa attraverso le tempeste della minaccia islamica (Lepanto 1571), e del modernismo.
Chiunque sarà questo pastore, che a dire il vero sembra ancora lontano, tanta è la paura che regna tra i pastori non ancora allineati con l’eresia, ebbene, chiunque sarà, certamente non potrà che appoggiarsi sui suggerimenti e le proposte, pagate di persona con il martirio della derisione e dell’isolamento, con cui von Balthasar, nel frattempo, ha segnato un cammino contrario a quello entusiasta ma nefasto della chiesa postconciliare.
Non è per nulla che Benedetto XVI, nel frattempo, prima di congedarsi dal mondo, lo abbia voluto indicare come il grande teologo.

Don Minutella