Lo studioso cattolico Romano Amerio, nel volume Iota Unum, pubblicato nel 1985, a vent’anni esatti dalla conclusione del Concilio Vaticano II, afferma che con l’assise conciliare si è instaurato nella Chiesa un registro ambiguo e confuso, a causa della rinuncia all’autorità da parte dei pontefici. Amerio sostiene che, fino a Pio XII, la Chiesa ha avuto un magistero chiaro e autorevole, deterrente degli errori dottrinali e pastorali. Impossibile l’ingresso nella Chiesa del relativismo dogmatico e dottrinale, nonostante esso pressasse da ogni parte, finché il portale è stato serrato con grande cura pastorale da parte dei pontefici. La cultura liberale prima, poi quella modernista e relativista, con l’avallo della massoneria internazionale, una volta penetrati in modo sempre meno clamoroso nella gerarchia, hanno offerto la vendetta, presentando in rassegna questi papi, da Pio IX a Pio XII, come pontefici anacronistici e reazionari, autoritari e incapaci di gestire la modernità. Proprio l’establishment massonico, erede di quel progetto, sorto in ambito anglosassone, di trasformare Roma cattolica in una succursale del Grande Architetto, è riuscito a convincere della inaffidabilità dei papi reazionari, mentre ha costretto i successori a un ruolo di governo senza reale autorità e, soprattutto, facendo in modo che in Conclave lo Spirito Santo suggerisse pontefici rinunciatari del diritto (di natura divina) di esercizio dell’autorità petrina.

Da Pio XII a Giovanni XXIII, e da quest’ultimo a Paolo VI, sembra che l’autorità petrina sia stata lentamente erosa, per approdare quasi a un ruolo del tutto simbolico, mentre il collegialismo, con l’avallo dei vari organismi collegiali (in primis delle Conferenze Episcopali), lentamente ha condotto il papa a una solitudine sempre meno evidente ma sempre più reale. E’ risaputo che Pio XII, negli ultimi anni del pontificato, proprio lui (ultimo avamposto di un governo petrino ancora del tutto impegnato nella denuncia degli errori dottrinali e nella conferma della fede), fosse rimasto pressoché isolato, con la sola compagnia fidata di suor Pasqualina!
Ovviamente la questione è molto più ampia. Non sapremo mai se Giovanni XXIII c’era o se ci faceva, come si dice. Il suo ingenuo ottimismo ha presentato un costo troppo alto per la Chiesa della postmodernità, fino allo smarrimento dell’identità cattolica. Il dialogo ha sostituito l’annuncio e l’aggiornamento è divenuto cambiamento. Il Concilio, ingenuamente pensato come assise che doveva durare non più di un paio di mesi, è stato lo sdoganamento del pensiero cattolico limpido e cristallino, tanto da consegnare un papa, Paolo VI, del tutto incapace di reggere all’urto del caos postconciliare, oscillante tra un entusiasmo dai toni mefistofelici e un abbattimento di tipo depressivo. Il rapido passaggio, conclusosi con una morte che è martirio, di Giovanni Paolo I, evidentemente un papa che, nonostante le aspettative, è apparso da subito fuori dal coro, deve esser suonato come un avvertimento, legato senz’altro a Fatima, che, nonostante l’occupazione massonica, Dio e la Santa Vergine, in qualunque momento, avrebbero potuto prendersi gioco dei potenti manovratori massonici. Il ciclone wojtyliano, da cui anch’io, da giovane, sono stato travolto, col passare degli anni, appare sempre più come una sorta di anestesia mediatica, in mano ai poteri forti, per impedire di mettere mano alle riforme più urgenti. Dopo 26 anni di pontificato, Giovanni Paolo II ha solo apparentemente consegnato una Chiesa cattolica unita, tant’è che, subito dopo la sua morte, Benedetto XVI ha ereditato una croce più pesante delle sue capacità. Le dimissioni di Ratzinger sono l’epilogo tragico della liquefazione dell’autorità del papa. E lo si dica a scanso di equivoci: il giudizio storico su Giovanni Paolo II non coinvolge la sua statura morale, la sua fede granitica (perché polacca), la commovente devozione mariana, lo slancio missionario, l’ardente anelito eucaristico, in una parola, la sua santità. Tra l’altro, non è in gioco neppure quel modo attraente, perché spesso disinvolto, con cui egli ha gestito il non facile governo petrino. Anzi! Non è scritto da alcuna parte che un papa, perché amante della Tradizione e guardiano della fede, debba per forza essere ingessato.
Oggi, di fatto, tra un papa che si è dimesso, perché costretto, e un altro che è stato piazzato là dai poteri forti, siamo in presenza di ciò che non si era mai visto. Il colpo massonico, lentamente, ha centrato il bersaglio. L’autorità petrina non esiste più. Nella Chiesa è subentrata l’anarchia, la confusione. Finalmente la devolution conciliare, dopo aver assestato i colpi mortali alla dottrina e alla liturgia, ha preso di mira proprio l’ultimo, inarrivabile baluardo: l’autorità del papa.
I tre Sillabi, come li chiama Amerio, cominciano così a creare una qual certa nostalgia del Pastore che alza forte la voce per proteggere le pecore dal lupo. E’ come se ci fosse in giro, nella Chiesa, un’embrionale nostalgia dell’autorità papale che chiarisce e condanna, illumina, rimprovera e, soprattutto, conferma i fratelli nella fede.
Il documento papale più osteggiato, e perciò anche temuto dal modernismo, il primo, di fronte all’affronto modernista, è stato il “Sillabo”, un elenco di ottanta proposizioni che il papa Pio IX pubblicò insieme all’enciclica “Quanta cura” nella ricorrenza della solennità dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre 1864. Era l’autorità del papa, la roccia, contro cui le molte versioni eretiche dell’800 non riuscirono a prevalere. Ed effettivamente, anche per l’autorità di cui godeva ancora il Romano Pontefice, ci fu uno stop imprevisto alle dottrine liberali e moderniste. Un documento forte, dai toni chiari e decisi, che non lasciava spazio a interpretazioni ambigue. E dove, con piena autorità petrina, e senza temere le ritorsioni del politically correct del tempo, come anche dei mainstream dell’epoca (che, effettivamente, cercarono in tutti i modi di vendicarsi, soprattutto quando provarono a fare in modo che la salma del pontefice venisse gettata nel Tevere), senza alcun timore, proprio Pio IX passa in rassegna tutte le eresie del tempo, per mettere in guardia il santo gregge di Cristo. Nel “Sillabo” sono condannati il liberalismo, le vecchie eresie riproposte nelle idee del tempo, l’ateismo, il comunismo, il socialismo, l’indifferentismo ed altre proposizioni relative alla Chiesa e alla società civile (tra cui il matrimonio civile).
Il “Sillabo”, dunque, come primo avamposto papale di fronte all’affronto del modernismo ha potuto costituire un altolà con esiti effettivamente deterrenti. Ma secondo lo studioso Amerio ci sono stati poi altri due documenti pontifici che, in modo diverso, hanno però riproposto l’esercizio dell’autorità papale di fronte all’eresia e ne hanno smascherato le trame e rallentato l’attuazione. E sono la “Pascendi Dominici gregis” di san Pio X, pubblicata l’8 settembre del 1907, e la “Mystici Corporis” di Pio XII, pubblicata il 29 giugno 1943. La prima, condanna il modernismo in tutte le sue forme, la seconda conferma la condanna, soprattutto nei confronti delle sue derivazioni scientifiche e teologiche.
A partire dalla “Mystici Corporis”, di fatto, è terminata la stagione, forse poco gradita ma senz’altro proficua, del papa come garante della fede e pastore universale che conferma i fratelli nella fede, di fronte agli errori dottrinali.
Per questo, Romano Amerio ha potuto parlare, in modo assai suggestivo, dei Tre Sillabi (appunto il “Sillabo” di Pio IX, la “Pascendi” di Pio X e la “Mystici Corporis” di Pio XII). Con l’avvento al trono pontificio di Giovanni XXIII, come dicevamo, e l’avvio del Concilio, il registro autorevole, il tono solenne e la chiara condanna dell’errore, scompaiono dall’orizzonte. I tre scopi, per i quali sono stati convocati i Concili, e cioè causa fidei (difesa della fede), causa unionis (garanzia dell’unità della Chiesa) e causa reformationis (appello alla riforma della Chiesa stessa), sono del tutto assenti al Concilio Vaticano II che, non per nulla, avvelenato, con la disinvolta distrazione di Giovanni XXIII, dall’eresia rahneriana, ha voluto presentarsi come Concilio pastorale e non dogmatico.
Che cosa potrà ora accadere?
Semplice, più di quanto si possa immaginare. La chiesa falsa, abbozzata nel post Concilio, oggi governata invalidamente dalla massoneria, potrà proseguire il proprio folle progetto finché Dio lo vorrà. Dopo sarà anche per essa la fine.
Invece, alla morte di Benedetto XVI, il santo popolo di Dio, quello che è rimasto tenacemente cattolico, saprà scegliere un papa non più “liquido”, ma forte e deciso.
Insomma, un papa che aggiunga un quarto “Sillabo”, quello della condanna della massoneria e delle tesi conciliari errate che, in quanto non dogmatiche, ma pastorali, sono passibili di correzione….
Don Minutella