Mancano circa due mesi al solenne (!) inizio del Sinodo sull’Amazzonia (6-27 ottobre), che sarà celebrato a Roma.
E’ il terzo sinodo della stagione bergogliana, ed è quello che ha fatto salire il livello della tensione tra le aspettative di cambiamento, caldeggiate dallo stesso Bergoglio, e le paure e i timori di uno scisma da parte della sempre più ampia, ma purtroppo frammentata, resistenza cattolica.
Le voci che si sono levate, a favore o contro, con toni carichi di entusiasmo e quelli ricolmi di timori apocalittici, sono molte. La posta in gioco, dopo il sinodo sulla famiglia e quello sui giovani, è molto più alta. Verranno trattate questioni scottanti, su cui da decenni il progressismo cattolico postconciliare insiste, come il ministero ordinato alle donne, l’abolizione del celibato sacerdotale, i preti sposati, la creatività liturgica e, persino, la possibilità di cambiare la materia del pane eucaristico (manioca al posto del frumento). Naturalmente tutto in ragione di quella decantata attenzione alla periferia della Chiesa, anche se le questioni saranno trattate nelle sontuose e vellutate stanze vaticane.
Ciò che colpisce tuttavia è la pressoché perfetta geometria oppositiva tra due voci di spicco, l’una della chiesa bergogliana, l’altra della Tradizione, che in questi ultimi giorni si sono alzate per dire la propria. Si tratta di Enzo Bianchi e del cardinale Burke. Il primo non è neanche monaco, eppure è una star del firmamento radical-progressista, facilmente adoperata dal sinedrio massonico che lo manda in giro per l’Italia e per il mondo a seminare il suo pensiero niente affatto cattolico. L’altro è un cardinale voluto da Benedetto XVI, che volentieri celebra il rito tradizionale, ex prefetto della Segnatura Apostolica, firmatario dei Dubia, silurato da Bergoglio e messo all’angolo, voce del dissenso anche se sovente troppo timorosa. Anche se, a dire il vero, lo scorso 13 agosto, proprio Burke sembra aver lanciato finalmente un segnale molto chiaro a Bergoglio, quando, per la prima volta, ha ipotizzato, lui che era al Conclave, che l’elezione possa essere invalida. Non ho dubbi, personalmente, che sia stato come una sorta di ultimatum del presule americano al rivoluzionario argentino.
Scelgo questi due personaggi noti per dire una cosa che dovrebbe ora più che mai far riflettere. Che è la seguente. Una delle note essenziali della Chiesa è l’unità. Nel Credo noi diciamo: “credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. L’unità della Chiesa sta persino prima della sua santità. Perché come potrebbe essere santa se è divisa?
Così, nella messa, durante il Canone, che è la preghiera eucaristica ufficiale della Chiesa, ad un certo momento si dice, e questo prima della consacrazione: “in primis, quæ tibi offérimus pro Ecclésia tua sancta cathólica: quam pacificáre, custodíre, adunáre et régere dignéris toto orbe terrárum: una cum fámulo tuo Papa nostro N., et Antístite nostro N., et ómnibus orthodóxis, atque cathólicæ, et apostólicæ fidei cultóribus”. Questa è la traduzione: “Noi te l’offriamo anzitutto per la tua Chiesa santa e cattolica, perché tu le dia pace e la protegga, la raccolga nell’unità e la governi su tutta la terra, con il tuo servo il nostro Papa N., il nostro Vescovo N. e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica, trasmessa dagli Apostoli”.
Si tratta di una petizione antica e fondamentale, che non a caso precede la consacrazione. Si domanda a Dio di accogliere l’offerta del sacrificio anzitutto per la Chiesa perché sia raccolta nell’unità e governata da Dio stesso mediante il suo servo e nostro papa (e si fa il nome). Emerge con ogni chiarezza che la menzione del Romano Pontefice è niente affatto marginale e indispensabile per la celebrazione del sacrificio. Il testo latino è semmai ancor più intenso: una cum famulo tuo Papa nostro. La Chiesa è una intorno al papa, che è garante di questa unità. E solo la Chiesa, che è una, può offrire il sacrificio.
Ora, da sei anni ormai, noi abbiamo due papi, dei quali uno è ancora tale (Benedetto XVI), perché le sue dimissioni sono invalide, e l’altro è un papa non legittimo, perché eletto per orchestrazione di voti mediante la sacrilega ingerenza della cosiddetta “mafia di san Gallo”. Peraltro, a norma della Costituzione di Giovanni Paolo II, sia Bergoglio che gli elettori consapevoli della manovra preconclavista, sono incorsi nella scomunica latae sententiae.
Continuare a ignorare questa insolita situazione coinvolge anche il tema della messa, perché se io sono consapevole, oppure ho anche solo il dubbio, che il papa non è Bergoglio, e se anche un solo cardinale, come Danneels, ha citato luoghi, date e nomi della manovra massonica, e non viene smentito dagli organi competenti, allora non posso dire: una cum papa nostro Francisco.
Del resto, in ogni caso, ci sarebbero così due chiese, che è ciò che accade ormai dalla stagione postconciliare. Una progressista che ritiene la Chiesa sia nata con il Vaticano II, e che vuole omologarla al mondo, renderla eretica, e soprattutto ecumenista e mondialista, l’altra che invece vuol conservarla nella sua piena e feconda identità cattolica. Prima o poi i nodi vengono al pettine, e come dicevano i latini: unum ex duobus.
Se la Chiesa è una, non può esistere con due papi. Se la Chiesa è una, non possono aver ragione sia Enzo Bianchi che il cardinale Burke. Infatti, il primo sostiene che il sinodo sull’Amazzonia sia un evento dello Spirito, un’occasione per cambiare finalmente il volto di una Chiesa unilaterale e monolitica, l’altro si fa portavoce di altri autorevoli presuli (tra cui Muller) che invece intravedono, questa volta, più delle precedenti, il serio rischio di apostasia della fede.
C’è da auspicare che si passi dalle parole ai fatti. Perché se anche questo sinodo procederà senza che questi presuli facciano qualcosa, allora sarà la fine del cattolicesimo romano.
Inoltre, questa direzione, tutto sommato, è anche provvidenziale. Nel senso che io personalmente, per esempio, non mi riconosco affatto nella chiesa governata da Bergoglio, è due anni che lo dico, e le prendo da tutte le parti, inspiegabilmente. Ma come me sono migliaia i cattolici seri e coerenti che sono usciti volentieri dalla falsa chiesa, per rimanere, pur con tutti i guai che questo comporta, dalla parte del vero papa, Benedetto XVI. Certo, talora penso che se fossi stato vescovo, e non è un peccato pensarlo, come dice anche san Paolo, forse le cose sarebbero state diverse per me. Un successore degli apostoli fa più “scruscio” (“rumore”) di un semplice prete, ma non per questo mi scoraggio, metto in campo se non altro la dote che Dio mi ha data, quella della competenza teologica. Del resto, san Tommaso d’Aquino (S.Th. II-II, q.6, a.1) dice che l’episcopato è un desiderio legittimo purché sia per la gloria di Dio e il bene delle anime.
Sarebbe stato opportuno allearsi anziché farsi guerra intestina. Ma non mi hanno accettato neppure da quest’altra parte. Ora, se non mi riconosco nella chiesa bergogliana, per il semplice fatto che non è più la chiesa cattolica, e visto che la chiesa cattolica è una, non due, io mi allineo tenacemente, anche a costo della vita, dalla parte di Benedetto XVI, per il semplice fatto che egli è il papa.
Mi domando: per quanto tempo ancora la Chiesa dovrà vivere questo bipolarismo patologico? Avrà ragione Enzo Bianchi o il cardinale Burke? Avrà ragione il cardinale Kasper o il cardinale Muller? La Chiesa non è un parlamento, e neppure una democrazia. L’unità è nota essenziale.
Ci vuole un papa con la tempra di Pio X, un pastore con la fibra di Gregorio Magno. Che dica le cose come stanno e finalmente metta ordine nel “casino” metafisico che regna nel Cenacolo.
Altro che Pentecoste, andiamo incontro a Babele…
Non vorrei pensarlo, eppure temo che si riproponga quel drammatico appello del cardinale Pappalardo ai funerali del generale dalla Chiesa: “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.
E’ venuto il momento che si sappia con chiarezza chi ha ragione.
Unum ex duobus…

Don Minutella